Netflix, i Big Data e House of Cards: come costruire quello che vogliamo vedere

//Netflix, i Big Data e House of Cards: come costruire quello che vogliamo vedere

Questa riflessione nasce a gennaio del 2016, quando in Kenya comincia a farsi strada l’idea di censurare Netflix, impedendone lo streaming. Perché? NPR ha pubblicato un servizio su questo [link], riportando varie ragioni. Una riguarda la preoccupazione per la nascente industria dell’intrattenimento audiovisivo keniota. Su alcuni set l’elettricità non c’è e si va avanti con i generatori, dicono da Nairobi. Altre motivazioni riguardano la volgarità, l’erotismo, la violenza di alcune serie.
Di certo Netflix, da inizio anno, è diventato universale, arrivando ad offrire i suoi servizi in 200 paesi. Con l’eccezione della Cina, ogni angolo del globo può vedersi le serie prodotte dal colosso di Los Gatos, California.

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E la questione è giusto questa: l’entertainment made in Usa è la nuova forma di colonialismo?

Nel febbraio del 2013, all’indomani della prima puntata di House of Cards, il New York Times pubblicava una riflessione di David Carr: “Giving Viewers What They Want” [link].
In quell’articolo Carr evidenziava la montagna di dati a disposizione di Netflix: “30 milioni di play ogni giorno, inclusa ogni pausa, rewind e fast forward; 4 milioni di rating dagli abbonati; 3 milioni di ricerche e anche informazioni sull’ora alla quale lo show viene visto e su quale device”.

La scelta di Netflix di comprare i diritti della serie inglese House of Cards (1990), di chiamare David Fincher alla regia dei primi episodi, di ingaggiare Kevin Spacey, di costruire un personaggio femminile così sfaccettato… pare sia frutto dell’analisi di dati statistici piuttosto che una scelta artistica o produttiva.

Non tutti la pensano così. Nell’articolo sul NYTimes, Carr cita John Landgraf, presidente di FX: “Nessuno statistico avrebbe mai predetto il successo di South Park o Mad Men… I dati possono solo dire quello che è piaciuto alla gente, non quello che piacerà loro in futuro”.

Quale che sia la verità, è indubbio che la disponibilità di una montagna di dati, particolarmente precisi e attendibili, non potrà non influenzare i creatori degli show. “Cosa succede, ad esempio, quando i registi entrano in sala di montaggio sapendo che certi spettatori mandano avanti veloce scene di torture sanguinolente o indugiano sulle violenze sessuali?”.

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Forse non è vero che Netflix sta “turning viewers into puppets”, come scrive Andrew Leonard su Salon [link], facendo riferimento proprio ai condizionamenti che i Big Data possono causare alla creatività.
Però il combinato disposto fra l’algoritmo dell’entertainment e la capacità di raggiungere ogni angolo del globo, crea più di un interrogativo.
Non tanto sulla privacy. Qualcuno sarà (io sono) pure contento che Netflix, utilizzando i dati dei suoi clienti, abbia prodotto House of Cards; come sarà pure contento che il supermercato offra sconti su articoli che sa che piaceranno alla persona che possiede quella tessera Fidaty; o che Google organizzi i risultati delle ricerche sapendo ognuno di noi vorrà cliccare.

Come hanno evidenziato anche alcuni temerari in Kenya, il punto vero è quanto si riducano progressivamente le possibilità di vedere qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno aveva mai pensato prima, qualcosa di prodotto nei polverosi stabilimenti di Nairobi, non appena i generatori di corrente si saranno ricaricati.

By |2018-12-17T14:24:12+01:00Marzo 21st, 2016|Categories: bubble media|Tags: , , , |

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