Wim Wenders Polaroid: quando la fotografia era unica

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Wim Wenders Polaroid: quando la fotografia era unica

Wim Wenders polaroid: da luglio a settembre 2018, Wim Wenders espone le sue Polaroid al C/O Berlin [link]. Circa 240 scatti, presi dal regista in vent’anni d’amore per la fotografia istantanea.

Che cosa unica che erano le Polaroids! Una volta erano fantascienza, adesso solo una cosa del passato, ma occupano un posto speciale nella nostra relazione con l’immaginario e con la fotografia. Almeno per me.
Per lungo tempo sono stato il mio mezzo fotografico preferito, dalla fine degli anni ’60 ai primi anni ’80 più o meno.
Ho imparato l’arte del filmmaking in quegli anni, e le Polaroids furono uno strumento complementare, un taccuino visuale, un modo veloce per cercare di “incorniciare” il mondo, per verificare l’interesse nelle persone, posti, oggetti o semplicemente per ricordare cose.

Il primo contatto con New York

Wenders va per la prima volta a New York agli inizi del 1972 invitato dal MoMA. Arriva tardi al Warwick Hotel, è buio, piove. Spende gran parte della prima notte davanti al televisore. “Non avevo mai visto la tv americana, un film interrotto dagli spot, mai provato a fare zapping attraverso canali infiniti (in Germania avevamo solo due canali a quel tempo).”
La mattina scatta una foto dalla finestra alla silhouette dei grattacieli.
Ecco, l’emozione di Wenders in quelle prime ore in America è resa benissimo dal primo set di Polaroid “New York, First Impressions 1972”.

E sempre le polaroid, e la loro capacità di catturare gli attimi, accompagnano Wenders in tutti i viaggi successivi in quella terra.

Alice nelle città

Nasce così “Alice in den Städten” (1974) dove Philipp Winter (Rüdiger Vogler) gira per le città con una Polaroid in mano, fotografando tutto quello che vede.

Rüdiger Vogler in Alice in den Städten con la Polaroid SX70

 

Polaroid e smartphone

Guardando gli scatti esposti, la sensazione è strana. Forse è facile farsi condizionare dalle parole di Wenders in apertura di mostra, ma queste foto bruciate e innaturali riescono a trasmettere quello che vede il regista, e le emozioni connesse, più di quanto oggi non accada con le foto che scorrono veloci su instagram.

Lo scatto al Golden Gate (1973) è esemplificativo. Nella sua totale imperfezione il ponte appare molto più “vero” rispetto ad una qualunque foto instagram vista oggi.

L’intero processo della Polaroid non ha niente a che fare con la nostra esperienza attuale, che guardiamo apparizioni virtuali su uno schermo che possiamo cancellare o far scorrere via per passare all’immagine successiva. Allora, si produceva e si possedeva l’originale! Non una copia, non una stampa, non riproducibile, non ripetibile. Tu stringevi nella tua mano davvero l’idea di “prendere uno scatto” (taking a picture).
Era l’unica e sola materializzazione di un momento specifico, emerso a causa di un processo fotochimico e niente al mondo poteva mettere in dubbio che quell’oggetto era una “prova”, non soltanto di quello che era accaduto ma della tua propria esistenza.

Le Polaroids erano un vero social medium. Potevo prendere la foto di una persona, lei poteva guardare insieme a me l’immagine apparire, davanti ai nostri occhi.

La mostra delle polaroid di Wim Wenders Sofort Binder, immagini istantanee (a Londra la mostra si è chiamata “Instant Stories”), si chiude come è iniziata: con alcune parole del regista.

In termini di “instant photography” la mia vita giornaliera potrebbe apparire non differente dalla vostra. Scatto (I take) un sacco di foto ogni giorno con il mio iPhone e loro si caricano automaticamente sul mio computer e nel cloud.
Prendere fotografie e vivere sono due attività connesse strettamente. Quello che è cambiato nella prima getta una luce nella seconda. Per esempio: “ai vecchi tempi” alzavamo una camera ai nostri occhi e guardavamo nel mirino (nel testo inglese Wenders usa il termine viewfinder e chiosa: “What a lovely word that was: finding a view!”).
Adesso teniamo il nostro device in mano e guardiamo un monitor, non più all’oggetto reale. La nuova postura del corpo descrive una nuova attitudine mentale. L’atto di fotografare non è più collegata all’occhio ma è guidata dal device. Allo stesso tempo, noi prendiamo una instant picture oggi e la mandiamo online istantaneamente. E nella maggior parte dei casi non la guarderemo più.

E’ stata una pietra miliare nella storia della nostra civilizzazione, l’introduzione degli obiettivi fotografici sui cellulari. Davanti e dietro. Ma che effetto hanno su di noi?
Sarà che i cellulari, e la loro camera frontale, ci stanno seducendo in uno stato di permanente narcisismo? Sarà che abbiamo voltato le spalle al mondo per guardare noi stessi? E adesso che stiamo scattando una montagna di foto, è perché possiamo? o perché non possiamo smettere di farlo, allo scopo di rassicurare noi stessi e affermare la nostra esistenza?

Le Polaroids che ho scattato in passato, mi (ci?) ricordano quanto è stato divertente guardare alle foto come “oggetti”, unici, come tutte le altre cose, che potevano passare di mano.


Rassegna stampa

in molti siti e blog parlano delle polaroid di Wim Wenders.

[link]

Wenders intervistato dal The Guardian dice un po’ di cose.
La sua prima macchina fotografica gli fu regalata dal padre:

He took pictures all his life, but never thought of himself as a photographer. He passed on his appreciation to me. I had to learn about exposure, focus, all the technical stuff. But much as I loved doing it, I also never thought of myself as a photographer. Even later with the Polaroids, that was still the case.

Il giornale nota come queste foto siano spesso mosse, mal composte, scolorite e che raccolte in uno spazio dedicato a esposizioni importanti diventino arte. E Wenders lo sa benissimo.

In the context of a gallery, the Polaroids have a complex presence. Often creased or marked, with their colours slightly faded, they evoke another time, one that already seems impossibly distant. What’s more, they lend that era an aura of mystery and romance – even when they are blurred or badly composed. That was part of the charm of the unwieldy, hard-to-focus camera. But, in an exhibition space, they are elevated from ephemera to art.

It is an uncomfortable transition, which has not gone unnoticed by Wenders. “The meaning of these Polaroids is not in the photos themselves – it is in the stories that lead to them. That’s why the exhibition is called Instant Stories – the catalogue is a storybook more than a photo book.”

La fotografia, dice Wenders al The Guardian, è una cosa del passato:

It’s not just the meaning of the image that has changed – the act of looking does not have the same meaning. Now, it’s about showing, sending and maybe remembering. It is no longer essentially about the image. The image for me was always linked to the idea of uniqueness, to a frame and to composition. You produced something that was, in itself, a singular moment. As such, it had a certain sacredness. That whole notion is gone.

e con un po’ di nostalgia l’articolo (scritto da Sean O’Hagan e che ha come titolo: “Wim Wenders sulle sue Polaroids – e perché la fotografia è ormai morta”) chiude così:

He sighs and rubs his eyes. “The culture has changed. It has all gone. I really don’t know why we stick to the word photography any more. There should be a different term, but nobody cared about finding it.”


[link]

il New Yorker collega l’esposizione a “Alice nelle Città”.

The strength of the [Alice in the Cities] —and of Wenders’s work over all—is in his making of images that fuse personal experience and the inescapable state of things. For Wenders, it’s as if the Polaroid images were recorded on both sides, capturing the photographer’s inner vision and the outer world at the same time. […]

Wenders had the insight and the sensibility to recognize that his own immediate daily perceptions were instantly historical moments on the wing; […]

That romanticism of alienation, the anxious heroic grasping for beautiful moments slipping just out of reach […] defines the summit of Wenders’s art.

 

Sul “sito degli italiani a Berlino” (link) appare una foto di Wim Wenders mentre commenta una immagine nella sua mostra (di Maria Assunta Vitale).


 

La mostra è anche su un libro (non esattamente quello in mostra, ma mi pare molto simile e contiene le diverse serie di polaroid fatte da Wenders negli anni ’70 e ’80: link).

 


i testi quotati e le foto sono copyright Wim Wenders / Wim Wenders Foundation (dove non diversamente specificato)

By |2018-08-19T16:27:32+00:00agosto 14th, 2018|Categories: Bubble foto|Tags: , , |

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