Le vittime dei terroristi: Shah Marai, Kabul, 30 aprile 2018

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Le vittime dei terroristi: Shah Marai, Kabul, 30 aprile 2018

Lunedi, 8 del mattino a Kabul. Nel quartiere di Shash Darak (vicino al quartier generale della Nato e l’ambasciata americana), un terrorista a bordo di una motocicletta si fa esplodere uccidendo una ventina di persone.

Sul posto arrivano i soccorsi e i giornalisti, fotografi, video operatori. Sono passati venti minuti dal primo attacco quando un altro attentatore suicida si fa esplodere, uccidendo 9 giornalisti e altri soccorritori.
Il secondo terrorista aveva superato i controlli dichiarandosi giornalista.

Saifulrahman Ayar, a journalist who was at the scene, told the Guardian the second attacker was disguised as a journalist and held a camera. “I was near the blast site when the office called me and [asked me] to cover the incident. It was minutes after the first explosion, I was metres away when the second explosion occurred among the journalists,” he said. “The second attacker was acting like a journalist and had a camera.

L’isis ha rivendicato l’attentato che a questo punto diventa chiaramente un gesto contro l’informazione in Afghanistan. La prima esplosione è servita ad attirare i reporter in un punto, la seconda ad ucciderli.
Non è la prima volta: dal 2001 sono stati uccisi almeno 80 giornalisti (Afghanistan Journalists Safety Committee).
Altro caso eclatante fu l’uccisione di 7 impiegati di Tolo TV, stroncati da una auto bomba lanciata contro il pulmino che li trasportava.

Tra i morti dell’attacco del 30 aprile 2018 c’è Shah Marai.

Shah, 41 anni, aveva iniziato il suo lavoro per la AFP come conducente negli anni ’90, nel pieno del regime talibano. E piano piano comincia a fare foto, spesso segretamente, che i giornalisti non sono mai stati simpatici agli estremisti. La caduta dei talibani del 2001 aveva dato ottimismo. Ma oggi, scriveva Shah, “non c’è più speranza e la vita sembra più difficile di prima”.

Nel corso della sua carriera, Shah ha fotografato il suo Paese.

La vita di tutti i giorni:

la drammaticità della vita di tutti i giorni:

e poi altri scatti, più evocativi, del clima che si è respirato in Afghanistan in questi anni:

Shah Marai è stato un attivista antitalibano che orgogliosamente girava senza barba (che sotto il regime talibano era obbligatoria).

Shai Marai

(left) AFP correspondent Shah Marai during the time of Taliban rule, when beards were mandatory for men. (Photo courtesy of Shah Marai)

E che raccontava il suo Paese tramite le fotografie. Senza più speranza.

Fifteen years after the American intervention, the Afghans find themselves without money, without work, just with the Taliban at their doorstep. With the withdrawal of essential Western troops in 2014, many foreigners have left and have been forgotten, as have the billions of dollars poured into this country.

But there is no more hope. Life seems to be even more difficult than under the Taliban because of the insecurity. I don’t dare to take my children for a walk. I have five and they spend their time cooped up inside the house. Every morning as I go to the office and every evening when I return home, all I think of are cars that can be booby-trapped, or of suicide bombers coming out of a crowd. I can’t take the risk. So we don’t go out. I remember all too well my friend and colleague Sardar, who was killed with his wife, a daughter and a son while on an outing at a hotel, with only his small son somehow surviving the attack.

I have never felt life to have so little prospects and I don’t see a way out. It’s a time of anxiety.

Ma nonostante questo, lunedi 30 aprile 2018 Shah non smette di fare il suo lavoro e accorre sul posto dell’ennesimo attentato a Kabul per documentare lo strazio tramite le sue foto.

L’ultimo quote è preso da un testo di Shah Marai apparso sul sito dell’AFP (ottobre 2016) (link)
The Guardian – link
New York Times – link

By |2018-05-19T17:38:55+00:00maggio 1st, 2018|Categories: Bubble foto, persone|Tags: , |

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