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Il cinema è morto tra Shakespeare e il Pakistan

Gente che guarda Much Ado About Nothing nel giardino del King's College a luglio 2017, sotto la pioggia
Due giorni a Cambridge per dire che il cinema è morto, guardando Shakespeare e un film su un pakistano

Partiamo col teatro.
È sabato sera. Piove. Much Ado About Nothing dovrebbe svolgersi nel giardino del King’s College qui a Cambridge. Ma possiamo togliere il condizionale. Qua se ne fregano se piove. Quindi: attori sotto la pioggia che recitano tra le piante senza un palco, muovendosi liberi per il giardino; e poi il pubblico, ordinatamente disposto a semicerchio su tre file. Sotto la pioggia anch’esso.
E io che non so se guardare gli attori o la gente!
Piove. A tratti anche forte. Ma son tutti bardati con dei poncho (ombrelli vietati per non disturbare la visione chi sta dietro). E tutti guardano attenti e ridono ad ogni battuta e ad ogni smorfia degli attori. Ma piove! Ogni tanto qualcuno beve a canna da una bottiglia di vino, qualcun altro stappa una vaschetta contenente polpette. Una dà un morso ad un pomodoro mentre Claudio si dispera per aver dubitato della purezza di Hero. Tutti scoppiano a ridere quando l’attore che interpreta Borachio ruzzola a terra, scivolando sul terreno bagnato…

Io sono qui a inzupparmi come un pulcino perché devo pur dare un senso alle due settimane di studio intensivo di inglese. Ma perché questa sessantina di cambridgiani viene qua a far la doccia invece di starsene a casa?

Arriviamo al cinema.
Domenica voglio vedere un film inglese senza sottotitoli. Scelgo The Big Sick perché leggo questo commento: “guardare The Big Sick è come rivedere un vecchio amico dopo tanto tempo, rendendosi conto solo in quel momento di quanto ci fosse mancato.” (by David Sims, su The Atlantic).
Ecco che vado.
In sala una ventina di cambridgesi che arrivano con bottiglie di varie cose e pacchetti di stuzzichini vari.
Gli ultimi ad entrare hanno dei calici di vino fresco (si, proprio calici in vetro, appannati).
Cosa sia The Big Sick conta poco (comunque ne parlo qua). L’importante è quello che rappresenta.
Il film, come il teatro, può essere un modo di passare la serata. Due ore per vedere roba, insieme a della gente, o da soli, sgranocchiando qualcosa, bevendo qualcos’altro.
La realtà virtuale non funzionerà mai seguendo questo schema (con buona pace della mostra del cinema di Venezia che le dedica una intera sezione nell’edizione 2017). Infatti, direbbe uno di questi cambridgini, se ho un casco e sono immerso in un altro mondo, come faccio a mangiare polpette e bere un bicchiere di vino facendo una battuta al mio compagno di visione?

Perché a questo serve il cinema oggi: mangiare polpette, berci su qualcosa e fare una chiacchiera.
Perché il cinema-as-we-know-it, è morto.
Sono finiti (e da un po’) i tempi dove guardavamo con attenzione ogni inquadratura, sussultavamo ad ogni cosa strana: un suono, un uso del colore, una angolatura della macchina… Perché sapevamo che avrebbe significato qualcosa. Il brivido che ci ha scosso la schiena alla primissima visione di Pulp Fiction, scordiamocelo. Nessun (pochissimi) film di anche minima diffusione nelle sale avrà più una idea originale, un linguaggio suo, un messaggio nuovo per scuotere noi stessi, la nostra città, il nostro mondo.
E infatti non se ne vedono, se non uno, due o tre all’anno.
Il resto è solo ricicciatura di decenni di storia del cinema, rubando sceneggiature a fumetti, canzoni, libri, altri film… E appiattendo la regia per non dare fastidio alle sgranocchiature.
E questo vale anche per gli “autori” dei giorni nostri. Tarantino ha più emozionato dopo Pulp Fiction?
Avete visto la lista del concorso di Venezia 2017?

In ordine alfabetico: David Aronofsky (il cigno nero); George Clooney; Guillermo del Toro (Il labirinto del fauno); Ziad Doueiri (libanese, noto per essere stato l’assistente di camera di Pulp Fiction); Andrew Haigh (45 anni); Abdellatif Kechiche (un autore vero di cinema etnico con Cous cous e anche regista de La vita di Adele); Hirokazu Koreeda (altro autore appena uscito da un trittico: Father and sonLittle Sister e l’ultimo bellissimo Ritratto di famiglia con tempesta); Xavier Legrand (opera prima a Venezia); Manetti Bros (che dopo il Commissario Coliandro portano a Venezia un musical italiano); Sameul Maoz (che porta un’opera seconda dopo un lavoro sulla guerra del Libano); Martin McDonagh (regista inglese che azzardo a definire sconosciuto); Andrea Pallaoro (regista italiano che azzardo a definire sconosciuto); Alexander Payne (autore di buoni film come Election, Sideways, Nebraska…); Vivian Qu (già a Venezia come produttore di Fuochi d’artificio in pieno giorno); Sebastiano Riso (regista italiano azzardo a definire sconosciuto); Paul Schrader (ha fatto film per 30 anni a partire da American Gigolo); Warwick Thornton (autore direi americano che azzardo a definire sconosciuto); Paolo Virzì (autorone italiano di Il capitale umano; Tutti i santi giorni… che a Venezia porta il suo primo film americano con Donald Sutherland);

Riuscirà questo manipolo di autori a produrre qualcosa che a vederlo procuri gli stessi brividi che abbiamo provato di fronte a (per citarne alcuni): Rashomon (Leone d’oro nel 1951); La grande guerra (1959); L’infanzia di Ivan (1962); Lo stato delle cose (1982); Urga (1991)?
Oppure usciranno film “carini”, “impegnati”, con “belle storie” (quante originali?)?

Forse, forse, ci salveranno i documentari su cui la Berlinale scommette da anni (mi sono innamorato di Sume). Venezia ha in concorso Frederick Wiseman (documentarista americano di 87 anni già al festival, o alla Berlinale non ricordo, con In Jackson Heights e a Venezia quest’anno presenta un film di tre ore sulla New York Public Library) e soprattutto Ai Weiwei (che porta un film che si chiama Human Flow sui flussi migratori in giro per il mondo).

Per il resto, c’è una nuova idea di cinema, quello delle polpette e del calice di vino. Che non è affatto da disprezzare perché è un cinema salito molto di livello rispetto ai campioni di incasso di qualche anno fa. Ad esempio c’è Spiderman Homecoming: un gran bel film, intelligente e divertente, d’azione e di riflessione. Potremmo (dovremmo?) proiettarlo anche nei cineforum d’essai perché è più onesto dell’ultimo Tarantino o, mi direte, anche dei nuovi Payne, Virzì, Kechiche.

E certo, dovremmo proiettare nei cineforum anche The Big Sick. Prodotto da Amazon Studio fa il verso a Master of None, prodotto da Netflix, serie tv che aveva come protagonista l’indiano-americano Aziz Ansari. The Big Sick è un bel filmone da 119 minuti dove il pakistano-americano Kumail si innamora dell’americana Emily ma la famiglia di lui è tradizionalista, quindi… The big sick è pure tratto da una storia vera accaduta proprio all’attore protagonista (che ha anche scritto la sceneggiatura e prodotto il film).
Detto così non gli dareste un centesimo ma il film è divertente, scorre veloce e affronta in modo leggero argomenti come razzismo e amore, tra generazioni e tra uomo e donna. Sarà il sorriso della co-protagonista Zoe Kazan, ma si esce dal cinema contenti di averlo visto e riconciliati (come diceva David Sims) con l’arte cinematografica. Che di arte non ha più nulla, ok, ma accompagna ottimamente polpette e un calice di vino. E non è poco.

 

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