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The Big Sick – il cinema è morto ma il Big Sick è vivo [no spoiler]

The Big Sick parla di un comico pakistano che si innamora di una ragazza americana. Vincere le tradizioni non sarà facile

Il “cinema” è morto. Quello che ti cambia la vita, che entri, vedi quel film, ed esci diverso. Ed il mondo è diverso.

E’ tempo già da tempo per un nuovo cinema: quello che ti fa passare due ore lasciando il resto del mondo fuori dalla sala.

Siamo in una ventina all’Art Playhouse di Cambridge questa domenica sera. Tutti i miei compagni di visione sono qui con qualcosa da mangiare e da bere. Alcuni entrano con un calice di vino. Io sono qui perché voglio migliorare il mio inglese e guardare un film, come ieri ho visto uno spettacolo di Shakespeare. Ho scelto The Big Sick perché ho letto questo commento di David Sims sul The Atlantic

Watching The Big Sick is like fondly reconnecting with an old friend you didn’t know you missed

(ovvero: guardare The Big Sick è come riconnettersi genuinamente, naturalmente, affettuosamente… con un vecchio amico che non sapevi ti mancasse).

Sarò facile alle suggestioni, ma il buon David ci ha preso in pieno: The Big Sick è una esperienza di ricongiungimento con il “cinema”, con l’industria cinematografica, che non sapevo mi mancasse così tanto.

Kumail (Kumail Nanjiani) è uno stand-up comedian, pakistano ma cresciuto in America. Si innamora di una ragazza (Emily, Zoe Kazan) ma deve vincere le tradizioni della propria famiglia. Detta così è una storia che si può dimenticare. Peggio ancora, The Big Sick è una storia vera, del vero Kumail Nanjiani che fa davvero lo stand-up comedian e si innamora davvero di una certa Emily Gordon.
Il “cinema” neanche più le storie sa inventare…

Il “cinema” è morto. Dove sono finiti i film che insegnano qualcosa? Che smuovono emozioni nuove? Che scoprono il mondo? Che mettono a nudo noi stessi?
Non è più questione di “cinema d’autore” e “cinema commerciale”. Anche il cinema d’autore è ormai una industria che riciccia se stessa: tra autori solo festivalieri e autori che confezionano quello che il pubblico d’essai vuol sentirsi dire. Il cinema ha abdicato (come invece non hanno fatto altre arti: la fotografia ad esempio). Ma l’industria cinematografica no.

Ed ecco che l’industria confeziona The Big Sick (prodotto dagli Amazon Studios) con la figura dello stand-up comedian asiatico come già aveva fatto Netflix con Master of None (divertentissima serie tv, la prima stagione almeno, con il comico indiano-americano Aziz Ansari che interpreta se stesso).

Ma nonostante questo The Big Sick mi viene addosso come una boccata di aria fresca. In parte è il sorriso della Zoe Kazan, lo ammetto. Il resto lo fa il ritmo, la faccia fuori posto del Nanjiani (che per me è un pessimo attore, al contrario di Aziz Ansari) e i personaggi di contorno.
The Big Sick sono due ore di divertimento, commozione, riflessione, senza alcuna pretesa da “grande cinema” ma “soltanto” da adult entertainment con alcuni valori messi al punto giusto: antirazzimo, amore familiare, amore tra due persone. Sul gioco delle relazioni, recentemente era venuto bene Hitch (2005, di Andy Tennant, scritto da Kevin Bisch, con Will Smith, Eva Mendes e Kevin James).

Tecnicamente, secondo me, The Big Sick ha una inutilmente lunghissima parte centrale e un finale tirato via troppo rapidamente: la sceneggiatura meritava un equilibrio più attento. Ma che importa?
Le due ore sono passate, le luci si riaccendono, gli spettatori inglesi recuperano i residui delle mangiate e delle bevute e si avviano verso casa.

Io mi riavvio verso lo studentato di Burleight Road attraversando il Parker’s Piece mentre penso che il cinema è morto, si, ma mi ha fatto bene vedere The Big Sick. Un po’ come quando rivedi per caso un vecchio amico che non ti eri accorto che ti mancava.


The Big Sick
Usa 2017, 120′
di Michael Showalter
scritto da Emily Gordon e  Kumail Nanjiani
con  Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter

rassegna stampa:
Manhola Dargis sul New York Times
Sopan Deb sulle questioni razziali (sempre New York Times)
Benjamin Lee sul Guardian (4/5)
e ovviamente David Sims su The Atlantic